Ho lavorato in questa azienda con aspettative elevate, ma l'esperienza si è rivelata profondamente deludente, soprattutto dal punto di vista organizzativo e manageriale.
L'impressione generale è quella di un management poco presente nella gestione quotidiana delle persone e dei progetti. Mancano processi chiari, flussi di lavoro strutturati e una reale cultura del miglioramento continuo. Proporre nuovi approcci, evidenziare criticità o suggerire cambiamenti non viene percepito come un contributo costruttivo, ma spesso come un elemento di disturbo.
La responsabilità operativa ricade quasi interamente sui Project Manager, mentre la responsabilità condivisa sui risultati è molto limitata. Quando un progetto incontra difficoltà, anziché analizzarne le cause strutturali, si tende a cercare un responsabile individuale, alimentando una cultura della "caccia al colpevole" più che della risoluzione dei problemi.
Dal punto di vista del prodotto digitale, la comunicazione esterna dell'azienda appare molto distante dalla realtà operativa. La maggior parte dei progetti consiste nella realizzazione di siti web tradizionali, con poca innovazione sia tecnologica sia di processo. L'obiettivo sembra spesso quello di fare il minimo indispensabile per chiudere la delivery, più che costruire prodotti di qualità. Anche l'utilizzo dell'intelligenza artificiale viene impiegato frequentemente per produrre materiali e, in alcuni casi, anche per preparare risposte tecniche destinate ai clienti, senza che questo sia accompagnato da un reale valore aggiunto.
Nel team Digital Product manca una vera identità di squadra. La collaborazione è limitata e, almeno nella mia esperienza, i primi mesi sono stati caratterizzati dalla difficoltà di ottenere supporto dai referenti. Le agende dei lead risultavano costantemente sature, rendendo complicato ricevere affiancamento, feedback o momenti di confronto.
Anche la gestione della sede di Milano mi ha lasciato perplessa: lo spazio dedicato al team è poco adeguato e non trasmette attenzione verso il benessere delle persone. Inoltre, lavorare in presenza richiedeva continue negoziazioni anziché essere supportato da un'organizzazione chiara.
L'ambiente premia soprattutto chi si adatta senza mettere in discussione lo status quo. Chi segnala inefficienze o propone miglioramenti rischia di essere percepito come "non allineato", mentre vengono valorizzati atteggiamenti di mera esecuzione. Ho riscontrato inoltre dinamiche relazionali poco collaborative, con comportamenti talvolta maleducati da parte di alcune figure senior, senza che vi fosse un intervento manageriale significativo.
Il carico di lavoro è stato spesso poco sostenibile. Mi sono trovata a gestire un numero molto elevato di progetti contemporaneamente e, in più occasioni, nuove attività strategiche venivano assegnate con pochissimo preavviso, rendendo necessario riorganizzare completamente le priorità e lavorare ben oltre il normale orario per rispettare le scadenze.
La qualità delle delivery ne risente inevitabilmente: quando il volume di lavoro supera la capacità reale delle persone, diventa difficile mantenere standard elevati.
L'aspetto più deludente della mia esperienza riguarda però la gestione delle persone. In seguito a una situazione personale particolarmente difficile che ha coinvolto un collega, ho percepito una risposta insufficiente da parte delle Risorse Umane, sia in termini di comunicazione sia di gestione della situazione. È stato probabilmente il momento in cui ho compreso quanto poco spazio ci fosse per l'ascolto e la tutela delle persone.
Al termine del mio percorso mi è stato detto che "forse non ero un match aziendale". Col senno di poi, considero questa affermazione reciproca: se essere un "match" significa adattarsi a un contesto in cui organizzazione, responsabilità condivisa, qualità del lavoro e attenzione alle persone passano in secondo piano, allora è un ambiente molto distante dall'idea di professionalità che cerco.