Coloplast è l’azienda peggiore in cui abbia mai lavorato.
L’azienda si presenta come etica, attenta alle persone e al benessere, ma internamente opera attraverso dinamiche di controllo, manipolazione e svalutazione sistematica.
Vengono imposti cambi di ruolo senza alcun confronto, senza formazione adeguata e senza valutare competenze o limiti personali. Le mansioni vengono continuamente modificate, spezzettate e assegnate all’ultimo minuto, generando confusione e instabilità cronica.
Oltre al carico operativo, è fortissima la pressione psicologica: viene costantemente fatta passare l’idea che “fuori sia peggio”, che “altrove è tutto uguale”, che “non ci si può lamentare”. Una narrazione tossica che serve a normalizzare condizioni inaccettabili e a trattenere le persone nella paura.
Quando esprimi disagio vieni invalidato. Quando chiedi supporto vieni ignorato o minimizzato. Le Risorse Umane non svolgono un ruolo di tutela, ma risultano completamente allineate alla linea aziendale, contribuendo a mantenere intatto il sistema invece di proteggere i dipendenti.
Il clima quotidiano è fatto di controllo, silenzi, micro-pressioni e tensione costante. Si lavora con l’ansia, con la sensazione di camminare sulle uova, con il timore permanente di sbagliare.
A rendere il tutto ancora più grave è l’evidente distanza tra il codice etico aziendale e i comportamenti reali. Esistono regole formali che vietano il nepotismo, ma nella pratica si assiste a eccezioni e favoritismi ai livelli più alti. Questo mina completamente la fiducia e rende qualsiasi discorso su etica e meritocrazia vuoto.
Se tenete alla vostra salute mentale, state lontani da Coloplast.
La distanza tra i valori dichiarati all’esterno e la realtà interna è enorme. È marketing, non cultura.