Presenza di tensioni e dinamiche conflittuali tra alcuni manager (non diffuse a tutta l’organizzazione).
La narrativa aziendale del “siamo tutti una famiglia” viene talvolta utilizzata per giustificare un coinvolgimento eccessivo, che può risultare invasivo rispetto alla sfera personale.
Percorso di onboarding e formazione poco strutturato e non chiaramente definito.
Il lavoro da remoto è indicato tra i benefit, ma nella pratica la cultura aziendale appare poco orientata allo smart working. È evidente una forte preferenza per la presenza in ufficio, con pressioni indirette a rientrare anche tramite motivazioni poco coerenti. Personalmente, dopo quattro mesi, non ho avuto accesso effettivo al lavoro da remoto.
Durante il colloquio iniziale alcuni aspetti rilevanti (ad esempio le tempistiche reali per l’accesso allo smart working) non vengono chiariti in modo esplicito; vengono spesso indicati in modo generico come “nel primo periodo” o “una volta raggiunta l’autonomia”.
Disorganizzazione nella pianificazione e nella gestione delle attività lavorative.
È frequente un’aspettativa non dichiarata di disponibilità a svolgere straordinari, nonostante non siano formalmente obbligatori
Gestione aziendale eccessivamente informale e poco strutturata, con processi decisionali talvolta poco trasparenti.
Eccessiva tendenza al controllo da parte dei team leader, che rende difficile lavorare in modo efficace in un ambiente già poco strutturato.